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Emozioni e sentimenti: differenze, significato e applicazioni cliniche

  • Immagine del redattore: Gabriele Campello
    Gabriele Campello
  • 8 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

 

Che cosa sono le emozioni?

Nel dibattito scientifico contemporaneo, le emozioni possono essere comprese attraverso due grandi prospettive teoriche: una neurobiologica (o naturalista), che ne sostiene l'universalità e l'origine innata, e una costruttivista, che le considera costruzioni culturali e cognitive. Queste due linee di pensiero non si escludono, ma mettono in luce aspetti differenti e complementari del fenomeno emotivo.

 

La prospettiva neurobiologica: emozioni universali e innate

Secondo questa visione, le emozioni sono risposte biologicamente radicate che si sono evolute per garantire la sopravvivenza della specie. Esse emergono da circuiti neurali antichi e condivisi con altri mammiferi, e si manifestano con caratteristiche universali, osservabili attraverso espressioni facciali, posture corporee, cambiamenti fisiologici.

Uno dei principali rappresentanti di questa linea è Jaak Panksepp, il quale ha identificato sette sistemi emotivi primari sottocorticali presenti nei mammiferi: SEEKING, FEAR, RAGE, LUST, CARE, PANIC/GRIEF e PLAY. Questi sistemi generano stati affettivi basilari che precedono la coscienza riflessiva e costituiscono il fondamento emotivo della nostra esperienza soggettiva.

Anche Antonio Damasio, pur muovendosi su un piano più integrato, riconosce la base biologica delle emozioni. Egli introduce il concetto di marcatori somatici, secondo cui le emozioni (intese come modificazioni corporee) costituiscono una bussola che orienta le decisioni cognitive. Per Damasio, il pensiero razionale non può prescindere dal corpo e dall’emozione: ogni scelta significativa implica una valutazione affettiva pre-razionale. In questo senso, le emozioni sono meccanismi fondamentali per l’adattamento, non semplici perturbazioni da controllare.

 

La prospettiva costruttivista: emozioni come costruzioni cognitive e culturali

La seconda prospettiva, di matrice costruttivista e cognitiva, sostiene che le emozioni non siano entità universali date dalla natura, ma categorie mentali apprese attraverso il linguaggio, la cultura e l’esperienza sociale. Le emozioni sarebbero, in questa visione, il risultato di un processo interpretativo che attribuisce significato a sensazioni corporee vaghe e indeterminate.

Un esponente fondamentale di questa linea è Joseph LeDoux, che ha contribuito in modo decisivo a distinguere tra le reazioni difensive automatiche (come la risposta rapida alla paura) e l’emozione soggettiva della paura stessa, che richiede una rappresentazione consapevole e simbolica. LeDoux critica l’idea di emozioni innate, sostenendo che i circuiti cerebrali non generano emozioni in modo diretto, ma che il cervello costruisce il significato dell’esperienza emotiva attraverso un’elaborazione superiore.

In questa stessa linea si colloca Lisa Feldman Barrett, che propone una teoria della costruzione delle emozioni. Secondo Barrett, le emozioni non sono risposte innate, ma inferenze cerebrali basate su uno stato corporeo di base (valenza e attivazione) a cui il cervello attribuisce un’etichetta emozionale. Il concetto di emozione, in questa prospettiva, è culturalmente modellato e dipende dal vocabolario emotivo che l’individuo ha appreso.

 

Emozioni e sentimenti: una distinzione necessaria

Nella letteratura psicologica e filosofica, la distinzione tra emozioni e sentimenti non è mai stata definita in modo univoco. Tuttavia, alcune linee interpretative possono offrire una chiave di lettura utile.

Antonio Damasio propone di distinguere le emozioni come risposte corporee automatiche da sentimenti intesi come la percezione cosciente di quelle risposte: un’emozione è ciò che accade nel corpo, un sentimento è ciò che ne diventa consapevole nella mente.

Altri autori, come Susanne Langer, Robert Solomon e Martha Nussbaum, considerano i sentimenti come forme simboliche e morali, narrazioni affettive che esprimono la relazione con l’identità, il tempo e i valori. Il sentimento sarebbe allora una forma più duratura, riflessiva e socialmente connotata di esperienza emotiva.

Alla luce delle nostre riflessioni, possiamo proporre una distinzione funzionale:

-          le emozioni come risposte affettive rapide, legate alla protezione del sé, alla sopravvivenza e alla regolazione immediata del comportamento;

-          i sentimenti come stati affettivi più riflessivi, duraturi e orientanti, capaci di collegarsi alla dimensione valoriale e all’autodefinizione nel tempo.

In questa cornice, l’intelligenza emotiva non consiste solo nella capacità di contenere o gestire le emozioni, ma anche nell’abilità di ascoltare, riconoscere e coltivare sentimenti coerenti con i propri valori.

 

Intelligenza emotiva: tra regolazione e orientamento

Nel pensiero di Daniel Goleman, l’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, comprendere e regolare le emozioni proprie e altrui. Uno dei concetti centrali del suo modello iniziale è il cosiddetto “sequestro emotivo” (emotional hijack), in cui l’amigdala prende il sopravvento sulla corteccia prefrontale, generando reazioni impulsive. In questo caso, l’intelligenza emotiva consisteva essenzialmente nella capacità di recuperare il controllo, contenendo gli automatismi.

Tuttavia, le evoluzioni più recenti del concetto hanno ampliato la prospettiva. Marc Brackett, con il modello RULER, insiste sulla necessità di riconoscere, comprendere, etichettare, esprimere e regolare le emozioni, valorizzando l’aspetto linguistico e simbolico come passaggio necessario per una trasformazione affettiva.

Susan David, con la sua idea di emotional agility, propone un equilibrio tra accettazione e azione: non reprimere, né fonderci con ciò che proviamo, ma creare spazio per scegliere le azioni coerenti con i nostri valori.

Anche Damasio, pur da una prospettiva neuroscientifica, sottolinea che l’intelligenza (anche quella razionale) ha bisogno del corpo e dell’emozione per funzionare bene.

In sintesi, l’intelligenza emotiva oggi viene vista come la capacità di distinguere tra emozioni impulsive e sentimenti orientanti, tra ciò che va regolato per non danneggiarci e ciò che va coltivato per realizzarci. Regolare le emozioni per proteggerci e ascoltare i sentimenti per orientarci.

Le emozioni sono, nella loro natura originaria, risposte rapide ed evolutive che l'organismo mette in atto per far fronte a bisogni fondamentali: nutrirsi, difendersi, legarsi agli altri, riprodursi. La loro funzione primaria è quella di proteggere l'individuo, segnalando con immediatezza ciò che favorisce o minaccia la sopravvivenza. In questo senso, le emozioni si presentano come stati affettivi primitivi che operano secondo una logica di breve termine. Questi stati vengono poi interpretati e nominati sulla base delle categorie apprese nella cultura e nell'esperienza: rabbia, paura, tristezza, ecc.

Tuttavia, in contesti complessi come quelli attuali, così diversi da quelli in cui ci siamo evoluti, le emozioni primarie possono risultare disfunzionali. In questi casi, è necessaria una disciplina: non per reprimere l'emozione, ma per regolare il comportamento e distinguere tra l'impulso e l'azione consapevole. La disciplina è doppiamente importante: da un lato serve a contenere l'automatismo emotivo, dall'altro serve anche ad ascoltare le emozioni più profonde, quelle che parlano non solo di bisogni, ma anche di valori.

Nel modello ACT (Acceptance and Commitment Therapy), i valori sono direzioni esistenziali desiderate. Le emozioni che ci muovono verso i nostri valori non sono piaceri immediati, ma sentimenti più complessi: amore, dedizione, compassione, dignità. Anche qui è richiesta disciplina: non per spegnere il sentire, ma per perseverare, anche quando il cammino è faticoso o incerto.

Anche Leslie Greenberg, nella Emotion-Focused Therapy, distingue tra emozioni primarie adattive e quelle maladattive. Le prime sono guida all'autenticità; le seconde, spesso frutto di esperienze traumatiche o apprendimenti distorti, richiedono un processo di trasformazione per accedere a quelle autentiche, che parlano dei bisogni più veri e delle possibilità di cambiamento.

Viktor Frankl, ha introdotto la dimensione della volontà di senso: l’essere umano è mosso da un orientamento profondo verso ciò che dà significato alla propria esistenza. Questa tensione può manifestarsi anche attraverso il dolore e la sofferenza, che non vanno negate ma attraversate, perché proprio in esse si può scoprire ciò che è davvero importante.

 

Applicazioni cliniche e decisionali

Nel contesto clinico, la distinzione tra emozioni e sentimenti può diventare una bussola concreta per l’intervento. Prendiamo il caso di un paziente con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC): il soggetto è spesso dominato da emozioni automatiche (ansia, paura catastrofica), che lo spingono a mettere in atto rituali compulsivi. L’intervento iniziale, in questo caso, consiste nel riconoscere la natura automatica e difensiva di tali emozioni e nel lavorare con tecniche di defusione e accettazione per ridurre il sequestro comportamentale.

Tuttavia, un lavoro più profondo prevede anche di esplorare i sentimenti più autentici nascosti sotto l’ansia: desiderio di proteggere i propri cari, bisogno di controllo, paura del giudizio, ricerca di coerenza interiore. Qui, la terapia mira a trasformare l’evitamento in impegno valoriale, aiutando il paziente a riconoscere ciò che per lui conta davvero e a vivere scelte più coerenti, anche in presenza di disagio.

In ambito decisionale riconoscere i bias emotivi (paura della perdita, euforia da guadagno) è fondamentale. Anche qui, l’intervento non consiste nell’eliminare le emozioni, ma nel sviluppare consapevolezza e intelligenza emotiva: distinguere l’impulso reattivo dal sentimento che orienta. Un leader, ad esempio, può scegliere la trasparenza anche quando prova paura, perché agire secondo il valore dell'integrità rafforza la propria identità e la fiducia del gruppo.

Le emozioni sono parte essenziale della nostra umanità. Alcune ci proteggono, altre ci orientano. Saperle distinguere, riconoscere, regolare e trasformare è una delle sfide centrali del vivere. La disciplina emotiva, lungi dall’essere una repressione, è la via per abitare consapevolmente il proprio sentire, per scoprire ciò che conta davvero, e per costruire una vita in cui l’agire non sia solo reattivo, ma anche profondamente coerente con chi siamo e vogliamo diventare.

 

Emozione e costruzione della realtà, riflessioni cliniche

Secondo le teorie del predictive processing (Anil Seth, Andy Clark), la mente non è un dispositivo passivo che registra il mondo, ma un sistema attivo che lo costruisce anticipandolo. La percezione risulta dall’incontro tra segnali in arrivo (bottom-up) e previsioni generate dal cervello (top-down), fondate su modelli del mondo continuamente aggiornati. È in questo senso che Seth definisce la percezione una “allucinazione controllata dalla realtà”.

Tuttavia, questi modelli predittivi non sono mai del tutto neutri o oggettivi: sono intrinsecamente informati dall’emozione. Le emozioni partecipano in modo costitutivo ai processi top-down, influenzando ciò che vediamo, sentiamo, attendiamo. Esse conferiscono significato affettivo e rilevanza agli stimoli e rendono i concetti stessi – con cui interpretiamo la realtà – carichi di motivazione, valore, intenzionalità. In questo senso, le emozioni sono strutturalmente coinvolte nella costruzione della realtà soggettiva, non come reazioni successive agli eventi, ma come forze anticipatrici che modellano il mondo prima ancora che esso venga “percepito”.

Questa prospettiva permette di rileggere in chiave nuova alcuni disturbi d’ansia, come la derealizzazione e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), non semplicemente come deviazioni dalla norma cognitiva, ma come alterazioni nei circuiti emozionali che danno forma alla realtà stessa.

Derealizzazione: quando la realtà perde calore emotivo

Nel fenomeno della derealizzazione, l’individuo sperimenta un mondo percepito come irreale, distante, piatto, a volte artificiale. Non si tratta di un’alterazione percettiva in senso stretto, ma di un collasso nella coerenza emotiva dello sfondo percettivo. Le emozioni, che normalmente colorano la realtà e la rendono abitabile, si ritirano o si disallineano dal contesto. Il risultato è una realtà ancora visibile ma non più “sentita”, un mondo esperito senza partecipazione incarnata. Non è lo stimolo a cambiare, ma l’“allucinazione predittiva” emotivamente sostenuta che gli conferiva senso.

In questa luce, la derealizzazione non è una semplice disfunzione ansiosa, ma l’emergere di un vuoto nella capacità del soggetto di integrare le emozioni nella previsione affettiva del mondo. È la perdita di quel legame pre-riflessivo che normalmente unisce il corpo, il tempo, lo spazio e il significato vissuto.

DOC: l’ansia come distorsione anticipatoria del mondo

Nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo, accade l’opposto: non vi è un vuoto affettivo, ma una iperinformazione emotiva degli schemi predittivi. Le ossessioni emergono come pensieri ripetitivi e invasivi, ma più precisamente si possono leggere come anticipazioni catastrofiche di eventi futuri, sostenute da uno stato emotivo di costante minaccia. L’ansia non si limita a colorare le previsioni: le deforma, le irrigidisce, le rende dominanti. Le compulsioni diventano allora tentativi ritualizzati per ristabilire una coerenza emotiva interna, un modo per rientrare in relazione con un mondo che viene previsto come pericoloso o fuori controllo.

Qui, il problema non risiede solo nella razionalità del pensiero, ma nell’emozione che informa la previsione. In assenza del tono emotivo ansiogeno, lo stesso schema cognitivo potrebbe risultare funzionale o persino protettivo. È dunque la distorsione affettiva a sostenere la rigidità predittiva, e non viceversa.

Questi due esempi clinici mostrano come sia cruciale considerare il ruolo attivo delle emozioni nella costruzione dei significati con cui abitiamo il mondo. In una visione integrata, mente, corpo e realtà sono in dialogo costante, e l’identità non può essere pensata senza il paesaggio emotivo che la attraversa.

             

 
 
 
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